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Prima di dormire

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Ho sognato spazi infiniti
Chiusi lì nella mia mente

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piccolo fiore

Faticai a non calpestarti 
Piccolo fiore che
A malapena t’alzi da terra.
Non fu difficile
Passarti oltre
E proseguire il mio passo.
Vennero venti a scuotermi
E mi presero
E mi portarono via
Io così forte che
Spostavo le montagne.
 
Lunga la strada 
Del mio ritorno.
 
E di nuovo sono qui
E tu ancora sei qui
 
Per niente scosso.
Hai atteso
Che il vento passasse
E fratello
Gli hai dato di nome
E lui a te si è inchinato
Come ora anche io so fare.
Non più squassato 
Rialzo gli occhi al cielo
Nella quiete rivedo 
La Luce
In semplici petali bianchi
La Pace

SigilloPiccolo 


Ciao Fabiana

A volte il tramonto
sovrasta l’alba
rimangono promessa
i tuoi sogni
lacrime scendono
incapaci di capire
e braccia che vorrebbero
abbracciare e accarezzare
terminano in pugni chiusi
di dolore

SigilloPiccolo


Un abbraccio

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“Ci si abbraccia per ritrovarsi interi.”

Alda Merini


Alda Merini

“Ero leggera come la tua nuvola poi venni appesantita dal dolore”

(Alda Merini)


Un poesia per le mamme (Neruda)

La Mamadre

La Mamadre, ecco che arriva
con zoccoli di legno. Ieri
soffiò il vento del polo, si sfondarono
i tetti, crollarono
i muri e i ponti,
l’intera notte ringhiò con i suoi puma,
ed ora, nel mattino
del sole freddo, arriva
mia mamadre, signora
Trinidad Marverde,
dolce come la timida freschezza

del sole delle terre tempestose,
lanternina
minuta che si spegne
e si riaccende
perché tutti distinguano il sentiero.

Oh, dolce mamadre
mai ho potuto
dire matrigna,
la mia bocca trema a definirti,
perché appena
fui in grado di capire
vidi la bontà vestita di poveri stracci scuri,
la santità più utile:
quella della farina e dell’acqua,
e questo fosti: la vita ti fece pane
e lì ti consumammo
nei lunghi inverni desolati
con la pioggia che grondava
dentro la casa
e la tua ubiqua umiltà
che sgranava
l’aspro
cereale della miseria
come se tu andassi
spartendo
un fiume di diamanti.

Ahi, mamma, come avrei potuto
vivere senza ricordarti
ad ogni mio istante?
Non è possibile. Io porto
il tuo Marverde nel mio sangue,
il cognome
di quelle
dolci mani
che ritagliarono da un sacco di farina
le brachette della mia infanzia,
di lei che cucinò, stirò, lavò,
seminò, calmò la febbre,

e, quando ebbe fatto tutto
e ormai potevo
reggermi saldamente,
si ritirò, cortese, schiva,
nella piccola bara
dove rimase in ozio per la prima volta
sotto la dura pioggia del Temuco.

(Pablo Neruda)


Perché sono qui?

Non ho altre parole che queste, perché la Pasqua non è solo momento di festa estrema, ma meditazione gioiosa del nostro cammino come esseri appartenenti all’Universo. Con queste umili parole mi rivolgo a Voi quindi per gli auguri. Siano sereni questi giorni. Sia festosa questa domenica.

Buon cammino

Mi prendesti la mano quel giorno lontano

Non l’hai più lasciata

anche quando vagavo

Mi hai aspettato, aiutato,

sollevato dal buio

E alla fine ho capito ora so cosa fare

La mia mano è già tesa

Le braccia già aperte

Formerò una catena di mille colori

Dal fondo del mare sù sù fino al cielo

Fiumi di genti verranno da Te

In un arco di luce verranno da Te

Da un angolo in fondo li guarderò

Salire

E un sorriso dal cuore sorgerà

Sul mio viso

SigilloPiccolo

(L’avevo già pubblicata, ma ogni tanto ho bisogno di un “remember”)


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